Lo sfruttamento in agricoltura è in Italia, e soprattutto al Sud, una vera e propria piaga che colpisce i soggetti più vulnerabili, in primis i migranti. Negli ultimi anni tante azioni di contrasto al fenomeno del cosiddetto caporalato sono state messe in campo. Ma la direzione è quella giusta?
Negli anni 90 il motto “diversity sells” è diventato una sorta di mantra. Dalle pubblicità delle grandi marche al cosiddetto cibo “etnico”, l’enfasi sulla diversità sembrava aver conquistato tutti. Questa enfasi sulla diversità non si è certo fermata al marketing o alle descrizioni del cibo. In Italia ad esempio negli anni 90 è entrata nelle politiche sociali, nei programmi scolastici, nel terzo settore. Il cosiddetto multiculturalismo all’italiana attinge a piene mani a un’idea di diversità pacificata sul modello Benetton diciamo.
Nel corso degli anni, tuttavia, questa idea di diversità pacificata è gradualmente diventata insostenibile nel discorso pubblico. E se da un lato è innegabile che a romperla siano state le forze xenofobe e identitarie con cui oggi l’occidente intero si sta confrontando, anche dal punto di vista della critica sociale e antropologica si è compreso che un’idea di diversità pacificata rappresentava una fantasia coloniale.
Come il concetto di diversità, anche quello di disuguaglianza ha una precisa connotazione nel nostro immaginario: analisi, lotte, utopie almeno da quasi due secoli a questa parte. Ma siamo sicuri che oggi abbia solo questa accezione? Negli ultimi decenni ha innegabilmente preso una nuova forma diventando centro delle politiche europee e addirittura dell’agenda 2030 – uno dei 17 obiettivi si chiama “ridurre le disuguaglianze”.
La disuguaglianza e la sua “riduzione” - attenzione alla parola riduzione che è cruciale - è diventata foriera di politiche ma soprattutto un’occasione economica. Quante realtà oggi vivono, anzi vivacchiano, sulla lotta alla disuguaglianza spesso malpagati e con contratti precari?
In Piana del Sele ho partecipato e valutato molteplici programmi contro il “caporalato”. E il punto di partenza era sempre lo stesso. I braccianti erano indiscutibilmente vittime. A livello terminologico. Tutti i braccianti della Piana del Sele erano identificati nei progetti come “potenziali vittime di sfruttamento”. E da questo punto di vista tutte le azioni, le pratiche, i modelli messi in campo il mantra erano sempre gli stessi.
Offrire la possibilità ai braccianti di entrare nel mondo “giusto”, quello dove lavoro, alloggio, trasporti sono “dignitosi” (sono definiti così progettualmente).
In questa configurazione il portato sociale, culturale, simbolico dei braccianti è completamente silenziato. Nessuna voce, nessuna possibilità di negoziare il loro ruolo, nessuna possibilità di porre al centro della scena i modi che loro in decenni di permanenza in Piana del Sele hanno costruito per far fronte a un sistema legale, economico e politico che produce sfruttamento.
Le forme di disuguaglianza che vivono, assolutamente pacificate, diventano la base su cui costruire azioni volte a sanare il “gap”. Gap che si trasforma in indicatori da raggiungere, beneficiari da “assistere” al fine di realizzare gli obiettivi.
L’anticaporalato va rifondato. Prima che negli obiettivi progettuali, nelle sue epistemologie. Affrontare le disuguaglianze tenendo fuori dal campo di azione i diretti interessati continuerà ad allargare il gap tra aiutanti e aiutati, non risolverà le disuguaglianze e soprattutto continuerà a riprodurre il sistema sociale, economico e legale su cui si fonda lo sfruttamento dei braccianti.