Il 2026 si apre con un paradosso: il lavoro non manca, ma manca “il lavoro giusto”. In Europa la disoccupazione resta bassa e la Commissione la vede stabile attorno al 5,9% tra 2025 e 2026: segno di un mercato ancora teso, anche se la crescita rallenta e il commercio globale perde slancio. Ma proprio questa apparente solidità nasconde frizioni crescenti: più che un ciclo espansivo, è un equilibrio instabile tra domanda di competenze e capacità dei sistemi di produrle. In Italia l’occupazione è su livelli elevati (tasso 62,7% a ottobre 2025) e la disoccupazione è al 6,0%, ma l’inattività resta al 33,2%: un bacino enorme di energie che non entra mai davvero in partita. È qui che si gioca una vera partita del 2026: trasformare l’inattività in partecipazione, e la partecipazione in produttività.
Il fattore demografico e la sostituibilità delle competenze
La prima tendenza del 2026 è demografica, e non è negoziabile. L’Europa entra nell’era del “replacement demand”: più posti da coprire per pensionamenti e turnover che per vera espansione. Questa dinamica sposta l’attenzione dalla quantità alla sostituibilità: non basta “trovare persone”, bisogna trovare persone con competenze compatibili con processi sempre più complessi. Le proiezioni Cedefop (European Centre for the Development of Vocational Training) e l’indice di carenze indicano pressioni persistenti su sanità e cura, costruzioni, trasporti e logistica, manifattura specializzata e un gruppo ristretto ma strategico di profili ICT e tecnici. Non è solo una questione di laureati: è l’intera “catena del valore” dei mestieri tecnici (manutenzione, installazione, assistenza) che tende a svuotarsi, soprattutto dove scuola professionale e imprese parlano poco tra loro.
Il rischio è una spirale silenziosa: commesse che slittano, investimenti che non si traducono in capacità operativa, e territori che perdono attrattività perché mancano figure “di mestiere” prima ancora che talenti da copertina. Anche per questo, occorre a nostro parere guardare alla formazione di personale qualificato all’estero, per una successiva assunzione in Italia, come ad una vera e propria politica industriale nazionale, a cui dedicare anche risorse pubbliche che sostengano quelle imprese italiane di ogni dimensione che decidono di partecipare alla grande competizione del XXI secolo: quella per l’attrazione del talento umano, il bene più scarso del pianeta, la “terra rara” più preziosa che c’è.
Intelligenza artificiale e nuova organizzazione del lavoro
Seconda tendenza: l’IA diventa prassi aziendale. Non è la “singolarità”, è l’ennesimo cambio di attrezzi. Ma, come ogni cambio di attrezzi, redistribuisce potere e vantaggi tra chi lo adotta bene e chi lo subisce. Il Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum descrive una transizione 2025-2030 fatta soprattutto di riprogettazione dei ruoli: automazione di compiti, nuovi mix di mansioni e un premio crescente a competenze trasversali (pensiero creativo, resilienza, capacità di lavorare con dati e strumenti digitali).
Nel 2026 il rischio vero è la polarizzazione: alcune imprese usano l’IA per far salire produttività e qualità; le altre restano schiacciate tra costi, complessità e carenza di competenze. La frattura non sarà tra “chi usa l’IA” e “chi non la usa”, ma tra chi la integra in processi, formazione e organizzazione del lavoro e chi la riduce a sperimentazione episodica: demo luccicanti, poco valore, molta frustrazione.
La formazione continua come infrastruttura del lavoro
Terza tendenza: la formazione continua smette di essere un benefit e diventa infrastruttura. In un mercato selettivo, imparare diventa parte del lavoro, non qualcosa che lo interrompe. L’UE è ambiziosa: entro il 2030 l’80% degli adulti dovrebbe avere competenze digitali di base (e l’UE mira anche a 20 milioni di specialisti ICT, aumentando la quota femminile); oggi siamo al 56% (dato 2023) e il JRC avverte che, senza misure extra, la traiettoria porterebbe solo al 60%nel 2030.
Non è un dettaglio statistico: significa che la distanza tra obiettivi e realtà rischia di trasformarsi in un vincolo strutturale alla competitività. In Italia la partecipazione degli adulti alla formazione è risalita all’11,6% nel 2023, ma resta sotto la media UE e con disuguaglianze nette per età, istruzione, dimensione d’impresa e territorio. In altre parole, l’accesso alla formazione continua tende a premiare chi è già vicino alle opportunità, lasciando indietro proprio chi ne avrebbe più bisogno.
Formazione orientata al risultato: il vero salto di qualità
Il 2026 sarà quindi l’anno in cui serviranno percorsi brevi e certificabili, orientati al lavoro reale e misurati con dati: chi forma deve dimostrare risultati, non solo ore erogate. Se la formazione vuole diventare infrastruttura, deve essere anche leggibile: competenze riconoscibili, trasferibili, spendibili. Per l’Italia, occorrono dunque non “sussidi alla formazione”, ma meccanismi per spostare ore di lavoro su ore di apprendimento dentro le imprese, senza aggravi per le imprese o per i lavoratori. È una scelta di efficienza prima che di equità: meno retorica sull’innovazione, più ingegneria dei processi formativi. E se davvero la produttività deve invertire la curva, come da tutti auspicato, la formazione non può restare decorativa: senza competenze, però, gli investimenti restano ferraglia e cemento. Anche la transizione digitale e quella green, senza persone formate, rischiano di diventare solo capitoli di spesa.
Il 2026 premia chi impara in fretta
In breve: il lavoro nel 2026 non sarà scarso, sarà selettivo. Chi investe in competenze—digitali, tecniche e umane—non avrà solo lavoratori migliori: avrà, semplicemente, lavoratori. E chi saprà creare ponti tra scuola, formazione professionale e imprese non farà “politiche del lavoro”: farà politica economica, nel senso più concreto del termine. In un Paese che invecchia, la competitività non si difende solo con gli incentivi, ma rendendo la formazione continua una normalità e non un’eccezione. La differenza tra chi reggerà il 2026 e chi lo subirà sarà, ancora una volta, la capacità di imparare più in fretta di quanto cambi il lavoro.